Gengive recesse: si possono far ricrescere? La risposta della parodontologia

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Le gengive recesse sono uno di quei problemi che si scoprono quasi sempre tardi. Il tessuto sparisce lentamente, senza dolore, finché un giorno ci si guarda allo specchio e i denti sembrano più lunghi del solito. A quel punto la domanda che ogni paziente si pone è sempre la stessa: le gengive possono tornare come prima?

La risposta dipende da quanto tessuto è andato perso, da quando è iniziato il processo e dalla causa che lo ha generato. La parodontologia moderna ha strumenti precisi per rispondere caso per caso, e in questo articolo li esaminiamo in dettaglio.

Se stai cercando le cause della recessione gengivale, i fattori di rischio e i sintomi da riconoscere, trovi tutto approfondito nell’articolo Gengive che si ritirano: cause, sintomi e cure. Qui ci concentriamo su quello che succede dopo: cosa significa davvero “gengive recesse”, come si classificano clinicamente e cosa può fare la parodontologia per recuperare il tessuto perduto.

Cosa sono le gengive recesse: definizione clinica

La recessione gengivale è la migrazione apicale del margine gengivale rispetto alla giunzione amelocementizia, con conseguente esposizione della superficie radicolare del dente. In termini più semplici: la gengiva scende al di sotto del punto in cui finisce lo smalto e inizia la radice, lasciando scoperta una zona del dente che normalmente non si vede e non si dovrebbe vedere.

La radice esposta è costituita da cemento radicolare, un tessuto privo dello strato protettivo dello smalto. È più poroso, più permeabile agli stimoli termici e chimici, e molto più vulnerabile all’attacco batterico. Ogni millimetro di radice scoperta è un millimetro di protezione persa.

Il termine “gengive recesse” è quello medico corretto, ma nella pratica quotidiana si usano molte varianti: gengive ritirate, gengive retratte, recessione gengivale, retrazione gengivale, ritiro gengivale, abbassamento gengivale. Descrivono tutte la stessa condizione.

Infografica medica con le quattro classi della classificazione di Miller per le recessioni gengivali

La classificazione di Miller

La classificazione di Miller, ancora oggi il riferimento clinico standard in parodontologia, divide le recessioni in quattro classi in base a due variabili fondamentali: quanto è scesa la gengiva rispetto alla giunzione mucogengivale e se c’è stata perdita di osso o tessuto interdentale.

Classe I: la recessione non supera la giunzione mucogengivale e non c’è perdita di tessuto interdentale. Il recupero completo della copertura radicolare è possibile con la chirurgia.

Classe II: la recessione supera la giunzione mucogengivale ma anche qui non c’è perdita di tessuto interprossimale. Il recupero completo della copertura radicolare è ancora possibile.

Classe III: la recessione supera la giunzione mucogengivale ed è presente una perdita di tessuto o di osso interprossimale, oppure c’è un malposizionamento dentale. In questi casi il recupero è solo parziale.

Classe IV: perdita severa di osso e tessuto interprossimale. La copertura radicolare completa non è ottenibile.

Perché questa classificazione conta così tanto? Perché definisce le aspettative realistiche del trattamento. Un paziente con una recessione di classe I può aspettarsi, dopo l’intervento, di vedere la radice completamente ricoperta. Un paziente con classe III deve capire che l’obiettivo è migliorare la situazione, non tornare esattamente com’era.

Nel 2018 la classificazione di Cairo ha integrato e aggiornato quella di Miller, introducendo il concetto di perdita di attacco interprossimale come variabile chiave. La distinzione tra recessioni tipo 1 (senza perdita di attacco interprossimale) e tipo 2 e 3 (con perdita crescente) ha rafforzato quello che la classificazione di Miller aveva già intuito: il tessuto che si trova tra un dente e l’altro è il vero limite biologico di qualsiasi recupero.

Le gengive recesse possono ricrescere da sole?

No. Il tessuto gengivale perso non si rigenera spontaneamente.

Questo è il punto che molti pazienti faticano ad accettare, anche perché la gengiva in certi contesti sembra “tornare su” da sola, per esempio dopo un episodio di gengivite risolta. Ma quella non è ricrescita: è riduzione dell’infiammazione. Quando il tessuto era gonfo per l’infezione e poi si sgonfia, la gengiva che si vede sembra più presente. Il tessuto però non è aumentato, era solo edematoso.

La gengiva ha una capacità di rigenerazione autonoma molto più limitata rispetto ad altri tessuti del corpo. Una volta che il margine gengivale si è ritirato esponendo la radice, quella porzione di cemento radicolare resterà scoperta finché non interviene un trattamento specifico. Aspettare non risolve nulla: peggiora la situazione e riduce le opzioni disponibili.

L’unica eccezione è la recessione di classe I causata esclusivamente da infiammazione acuta, in un paziente giovane con biotipo gengivale spesso che ha corretto immediatamente la causa scatenante. In questi casi molto selezionati, un parziale recupero spontaneo del margine è possibile. Ma si tratta di situazioni rare, non della regola, e anche in questo scenario il recupero è parziale, non completo.

Cosa dice la parodontologia moderna sul recupero delle gengive recesse

L’obiettivo della chirurgia mucogengivale non è “far ricrescere” la gengiva nel senso biologico del termine, ma coprire le radici esposte con tessuto proveniente da un’altra zona della bocca o da biomateriali, ripristinando la funzione protettiva e il profilo estetico.

Le evidenze scientifiche su questo punto sono solide. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Periodontology (Chambrone e Tatakis, 2015) ha confermato che le procedure basate sull’innesto di tessuto connettivo subepiteliale offrono i risultati più prevedibili in termini di copertura radicolare media e completa nelle recessioni di classe I e II di Miller.

Le tecniche principali che utilizziamo:

L’innesto di tessuto connettivo subepiteliale è considerato il gold standard. Un piccolo lembo di tessuto connettivo viene prelevato dal palato e posizionato nella zona di recessione. Il prelievo avviene con una tecnica a tunnel che minimizza il disagio post-operatorio, e il sito di prelievo guarisce completamente in 2-3 settimane. Il risultato estetico è eccellente perché il tessuto trapiantato tende ad adattarsi al colore della gengiva circostante.

L’innesto di gengiva libera viene scelto quando l’obiettivo principale è aumentare la larghezza della gengiva cheratinizzata, cioè della fascia di tessuto duro che resiste meglio all’abrasione meccanica. Questo intervento è particolarmente indicato in zone con gengiva sottile e poco aderente.

La rigenerazione tissutale guidata utilizza membrane e biomateriali riassorbibili per favorire la rigenerazione dei tessuti parodontali, incluso l’osso alveolare. È l’approccio privilegiato nelle recessioni di classe III con perdita ossea, dove l’obiettivo è recuperare non solo il tessuto molle ma anche il supporto duro sottostante.

Il laser a diodi affianca queste tecniche come strumento di decontaminazione e biostimolazione. Lo utilizziamo sia nella fase preparatoria per ridurre la carica batterica nelle tasche parodontali, sia durante e dopo la chirurgia per promuovere la guarigione dei tessuti e ridurre il dolore post-operatorio. I pazienti che ricevono il supporto laser riferiscono costantemente meno disagio nelle settimane successive all’intervento.

Confronto prima e dopo il trattamento delle gengive recesse con innesto di tessuto connettivo

Tempi, risultati e cosa aspettarsi

Dopo un intervento di innesto gengivale, la guarigione del sito ricevente richiede 2-4 settimane per la fase acuta, durante le quali si evita di spazzolare direttamente la zona trattata e si seguono indicazioni alimentari specifiche. Il risultato estetico definitivo si stabilizza in 3-6 mesi, quando il tessuto trapiantato si è completamente integrato.

Il sito donatore, di solito il palato, guarisce in 10-15 giorni. Con le tecniche microchirurgiche attuali, il disagio in questa zona è molto più contenuto rispetto a quanto i pazienti immaginano prima dell’intervento.

Una domanda frequente riguarda il rischio di recidiva: le gengive possono ritirarsi di nuovo? La risposta è sì, se le cause originali non vengono eliminate. Un paziente che ha fatto un innesto gengivale ma continua a spazzolare con forza eccessiva o che non ha controllato la parodontite vedrà la recessione tornare. Il trattamento chirurgico risolve il danno anatomico, ma non può sostituire la correzione delle abitudini e il programma di mantenimento parodontale.

Come rallentare la recessione gengivale quando non si può ancora intervenire chirurgicamente

Non sempre la chirurgia è la scelta immediata. In caso di recessioni stabili, non in progressione e senza rischio per la vitalità del dente, si può scegliere un approccio conservativo di monitoraggio attivo. In questi casi l’obiettivo è fermare la progressione, non recuperare il tessuto perduto.

Le azioni concrete che fanno davvero la differenza:

  • Sostituire lo spazzolino con uno a setole extra-morbide e adottare la tecnica di spazzolamento Bass modificata, con movimenti obliqui dalla gengiva verso il bordo del dente, senza mai andare orizzontalmente. Sembra un dettaglio tecnico marginale; in realtà è una delle principali variabili su cui si gioca la stabilità delle gengive nel tempo.
  • Usare il filo interdentale o lo scovolino della misura adatta ogni giorno. Il tartaro che si forma nello spazio interdentale è invisibile a occhio nudo ma tra i principali responsabili dell’infiammazione che alimenta la recessione.
  • Eseguire sedute di igiene professionale ogni 3-4 mesi in caso di recessione già presente, non ogni sei. La differenza di frequenza non è un costo aggiuntivo: è la misura più efficace per evitare che si arrivi alla chirurgia.
  • Se è presente bruxismo, il bite notturno personalizzato riduce le forze anomale trasmesse ai denti e al parodonto durante il sonno. Non è un accessorio: in molti casi è indispensabile per la stabilità a lungo termine di qualsiasi trattamento.

Gengive recesse a Prato Sesia: come gestiamo questi casi

Alla Clinica Dentale Miggiano Rivetti a Prato Sesia trattiamo le recessioni gengivali con un protocollo diagnostico preciso: sondaggio parodontale completo, radiografie, fotografie cliniche standardizzate e classificazione della recessione secondo i criteri di Miller e Cairo. Solo dopo questa fase si parla di trattamento.

Riceviamo pazienti con gengive recesse da tutto il Novarese e il Vercellese: Novara, Borgomanero, Gozzano, Romagnano Sesia, Ghemme, Sizzano, Maggiora e dall’area del basso Biellese. La distanza vale la pena perché il Dott. Alessandro Miggiano ha oltre trent’anni di esperienza in parodontologia e ha sviluppato un approccio diagnostico che prima di qualsiasi scalpello esplora ogni opzione conservativa disponibile.

Il principio che guida il nostro lavoro sulle gengive recesse è lo stesso che guida tutto il resto: salvare il tessuto naturale, quando è ancora possibile farlo. E quando non lo è più, intervenire con le tecniche che offrono il risultato più stabile e più predicibile nel tempo.

La prima visita comprende la valutazione parodontale completa, la classificazione della recessione, la spiegazione di tutte le opzioni e un preventivo scritto chiaro. Puoi prenotarla qui.

Domande frequenti sulle gengive recesse

No. La perdita di tessuto gengivale non si inverte spontaneamente. La gengiva ha una capacità di rigenerazione autonoma molto limitata rispetto ad altri tessuti del corpo, e una volta che il margine si è ritirato esponendo la radice, quella porzione rimarrà scoperta senza un trattamento specifico. L’unica eccezione riguarda recessioni di classe I causate esclusivamente da infiammazione acuta in fase iniziale: in questi casi molto selezionati, eliminare la causa e correggere subito la tecnica di spazzolamento può produrre un parziale recupero del margine. Nella grande maggioranza dei casi, però, l’intervento clinico è necessario.

La classificazione di Miller divide le recessioni in quattro classi in base alla profondità e alla perdita di tessuto o osso tra i denti. Nelle classi I e II non c’è perdita interprossimale, e il recupero completo della copertura radicolare è raggiungibile con la chirurgia. Nelle classi III e IV è presente una perdita di osso o tessuto tra i denti, e il recupero completo non è più ottenibile: l’obiettivo diventa migliorare la situazione, aumentare la gengiva cheratinizzata e proteggere la radice, senza aspettarsi un ripristino totale. Conoscere la classe prima di qualsiasi intervento serve a definire aspettative realistiche e pianificare il trattamento più appropriato.

Il disagio post-operatorio è molto più contenuto di quanto i pazienti si aspettino. L’intervento avviene in anestesia locale, quindi durante la seduta non si sente dolore. Nelle 48-72 ore successive è normale avvertire una sensibilità nella zona del prelievo, di solito il palato, gestibile con antidolorifici comuni. Il sito ricevente, cioè la zona dove viene posizionato l’innesto, è generalmente meno fastidioso. La guarigione della fase acuta richiede 2-4 settimane, durante le quali si evita di spazzolare direttamente la zona trattata. Il risultato estetico definitivo si consolida in 3-6 mesi. Con le tecniche microchirurgiche attuali e il supporto del laser a diodi nella fase post-operatoria, i tempi e il disagio si sono ridotti significativamente rispetto a qualche anno fa.

No, non sempre. La parodontite è la causa più frequente di recessione gengivale negli adulti, ma non è l’unica. Le gengive recesse possono comparire anche in persone con un’igiene orale ottima, semplicemente perché hanno un biotipo gengivale sottile e fragile, oppure per uno spazzolamento troppo energico fatto per anni nel modo sbagliato, per bruxismo, per la posizione delle radici nell’arcata o per i piercing orali. La distinzione è importante perché il trattamento cambia in base alla causa: una recessione da parodontite richiede prima il controllo dell’infezione batterica, una recessione da trauma meccanico richiede la correzione della tecnica igienica. Per questo la diagnosi viene sempre prima di qualsiasi piano terapeutico.

Sì, se le cause originali non vengono eliminate. Un innesto gengivale risolve il danno anatomico già presente, ma non impedisce che la recessione si riformi se le abitudini non cambiano. Un paziente che continua a spazzolare con forza eccessiva, che non controlla la parodontite con i richiami parodontali programmati, o che non porta il bite notturno in caso di bruxismo, può vedere il problema tornare nel tempo. Per questo il programma di mantenimento post-chirurgico non è facoltativo: è la parte del trattamento che protegge il risultato ottenuto. Nel nostro studio ogni paziente operato viene inserito in un protocollo di richiami personalizzato, con controlli ravvicinati nei primi sei mesi e monitoraggio fotografico nel tempo.

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